Moltissimi investitori sono attratti dalle strategie a dividendo. Dopotutto, vedere soldi arrivare sul conto senza dover fare nulla è… stupendo.
Ti dà una sensazione di soddisfazione immediata.
E lo capisco benissimo. Magari passi tutta la giornata fuori a spaccarti la schiena per guadagnare 100€, torni a casa e ne vedi arrivare altri 150… che però non hanno richiesto né sforzo fisico né mentale. È una sensazione fantastica.
L’industria del risparmio lo sa bene, per questo nel corso degli anni ha sviluppato moltissimi prodotti di investimento che stuzzicano la fantasia di chi sogna di vivere di rendita, ma che una volta analizzati con lucidità si rivelano, invece, delle trappole costose e inefficienti.
In questo primo articolo vedremo il primo di quattro investimenti trappola in cui cadono moltissimi fan dei dividendi.
L’obiettivo della serie è analizzare come funzionano e perché dovresti evitarli se vuoi costruire un portafoglio davvero solido nel lungo periodo.
Perché queste strategie attirano così tante persone?
È innegabile che ci siano molti più investitori che scelgono strategie a dividendo di quanti ne abbiano effettiva necessità per esigenze di spesa.
Lo dimostra chiaramente uno studio di Vanguard sui comportamenti degli investitori a cedola.
Il motivo reale è un mix di psicologia e ignoranza finanziaria.
Dal lato psicologico, ricevere cedole e dividendi frequenti dà una sensazione molto gratificante in quanto questo fa scattare il meccanismo di stimolo-ricompensa che attiva una botta dopaminica.
Il nostro cervello reagisce come quando riceviamo un regalo. Ci sembrano soldi gratis.
Poi subentra il secondo fattore: la scarsa comprensione di come funzionano davvero questi pagamenti. Molti investitori pensano davvero che i dividendi siano un extra, come se fossero un rendimento aggiuntivo che si somma alla crescita del capitale.
In realtà non funziona così.
Quando un’azione stacca dividendo il suo prezzo scende, pertanto se incassi cash da una parte, dall’altra si sgonfia il patrimonio.
È come effettuare un prelievo.
Non è rendimento extra: è semplicemente una forma diversa per liquidare parte del portafoglio.
Il mix della gratificazione e l’ignoranza di come funzionano i dividendi fa capire perché tanti cascano in questa trappole finanziarie. Ed è per questo che sul mercato, in particolare italiano, alcuni prodotti riscuotono un grande successo.
Ma è vero? Beh no.
I certificati di investimento
Il primo investimento famoso di cui parlare in questa serie sono i certificati di investimento.
I certificati di investimento sono strumenti finanziari progettati e strutturati da banche e società di investimento. E già questo dovrebbe far accendere un campanello d’allarme, perché queste aziende non emettono certificati di investimento per regalarti dei soldi, ma ovviamente per guadagnarci.
E si tratta di un mercato molto ricco. Nel 2025, secondo i dati elaborati da ACEPI (Associazione Italiana Certificati e Prodotti di Investimento), gli emittenti hanno collocato sul mercato primario un ammontare complessivo pari a 31.821 milioni di euro, con un bel balzo rispetto al 2024.
Di conseguenza, le regole con cui questi strumenti funzionano non sono pensate per favorire te, ma per garantire un margine di profitto a chi li emette. Infatti, molto spesso, il rapporto tra rischio e rendimento è decisamente poco conveniente per l’investitore.
Il motivo è semplice: tra te e l’investimento reale, cioè il sottostante a cui vuoi esporti, c’è un terzo soggetto che deve comunque prendersi la sua fetta.
Il meccanismo della barriera nei certificati di investimento
La maggior parte dei certificati di investimento in circolazione sfruttano un meccanismo detto “barriera”.
Cerco di spiegarlo nella maniera più semplice possibile con un esempio.
Supponiamo che acquisti un certificato con 3 azioni sottostanti, ad esempio Eni, Enel e Poste. Per ciascuna di esse viene fissato un prezzo definito “barriera”. Finché le azioni restano sopra a quel valore va tutto bene e il certificato ti paga la cedola promessa.
Ma se anche una sola scende sotto barriera, lì iniziano i problemi.
sopra il prezzo barriera --> certificato paga le cedole
sotto il prezzo barriera --> t'attacchi
Molti certificati a quel punto potrebbero smettere di pagare le cedole, quindi oltre a trovarti il prodotto in rosso (perché se scende il sottostante scende pure il valore del certificato), ti ritrovi pure senza cashflow. Altro che reddito passivo.
E non è la cosa più grave!
Se a scadenza anche una sola su tre è sotto barriera, il certificato potrebbe restituirti meno di quello che hai pagato.
Capisci bene che ci sono dei meccanismi paradossali:
- Se avessi comprato direttamente le tre azioni, e una fosse andata male mentre le altre due fossero andate bene, non avresti perso ma guadagnato
- Quando un titolo performa bene sale anche più del 10% annuo con un certificato però al massimo guadagni la cedola che è fissata
In altre parole: le perdite potenziali rimangono, ma i guadagni vengono limitati artificialmente.
I tipi di certificati di investimento
I certificati di investimento hanno un’ampia varietà. Un mix tra diversità e… marketing!
Come dice Vittorio un buon indice per capire se l’investimento è pessimo è guardare i nomi: più si utilizzano anglicismi più c’è soprattutto marketing.
Ecco alcuni dei più famosi:
- Airbag — Attenua le perdite in caso di violazione della barriera. Invece di subire l’intera discesa del sottostante, la perdita viene “ammortizzata” ricalcolando il rimborso con un rapporto più favorevole. In pratica riduce l’esposizione al ribasso, ma in cambio si ottengono cedole più basse o barriere più alte.
- Memory (cedola memory) — Se una cedola non viene pagata perché il sottostante è sotto il livello di osservazione, non viene persa: viene “memorizzata” e recuperata alla prima data in cui le condizioni tornano favorevoli. Sembra un vantaggio, ma viene compensata con rendimenti complessivi inferiori.
- Autocall (rimborso anticipato) — Se a una data di osservazione il sottostante è sopra un certo livello (trigger autocall), il certificato si chiude anticipatamente rimborsando il nominale più le cedole maturate. Conviene all’emittente perché limita la durata dell’esposizione e gli permette di ricollocare nuovi prodotti.
- Maxi-cedola iniziale — Il certificato paga una cedola molto alta al primo periodo, che serve principalmente come leva commerciale per attrarre l’investitore. Le cedole successive sono in genere sensibilmente più basse.
- Low strike / Deep barrier — Barriere molto profonde (es. 40-50% dal prezzo iniziale) danno un’apparente sensazione di sicurezza, ma si accompagnano a rendimenti ridotti che spesso non compensano adeguatamente il rischio residuo.
I certificati più popolari: i cash collect
Tra i più famosi certificati di investimento pubblicizzati come macchine da reddito passivo (con dividendi fino al 10% e più annuo) ci sono i Cash Collect.
Per ingolosire ancora di più i fan dei dividendi, spesso questi strumenti offrono una cedola mensile, manco fosse un affitto.
Esattamente come l’affitto, quel rendimento non è affatto gratuito o garantito: è semplicemente il riflesso del rischio che stai assumendo.
Oltre all’enorme problema della barriera e di come è strutturato il certificato ci sono altre assurdità nel cash collect.
Prima di tutto più il cash collect è diversificato peggio è, poiché all’aumentare dei sottostanti aumenta la probabilità che a scadenza almeno uno avrà fatto schifo e potrà causarti perdite su tutto il capitale investito nel prodotto.ù
In parole povere il cash collect incentiva a concentrare il rischio a livello di emittenti, aggiungendo inoltre rischio di controparte.
La tassazione è altresì punitiva, poiché il guadagno dello strumento è spostato tutto sulla cedola, interamente tassata al 26%. Mentre sul capitale, che sarebbe tassato meno, ti va bene se ne esci in pari o poco più.
E tutto questo senza nemmeno entrare nel tema degli spread, che su molti certificati sono decisamente elevati (dimenticati lo 0,0X% di un ETF). Insomma, un profilo rischio-rendimento immondo.
Il “rendimento garantito” dei certificati di investimento
A questo punto qualche fan dei certificati potrebbe obiettare:
Va bene, ma esistono certificati con capitale protetto, oppure strutture come airbag, cedola memory e altre clausole
Il punto però rimane sempre lo stesso: lo strumento è stato progettato per far guadagnare prima di tutto chi lo emette.
Se il capitale è davvero protetto al 100%, molto probabilmente significa che il sottostante ha un rendimento atteso più alto della cedola che ti viene promessa.
In pratica succede questo:
- Paghi per avere una sorta di rendimento garantito
- L’intermediario prende i tuoi soldi e li investe nel sottostante che potenzialmente rende di più
- Ti girano una parte di quel rendimento, vendendolo come prodotto sicuro.
È un meccanismo molto simile a quello dei buoni fruttiferi postali.
Hanno la stessa sicurezza dei BTP, ma nella maggior parte dei casi rendono meno rispetto all’acquisto diretto di un titolo di Stato, perché l’ente che li colloca deve ovviamente trattenere una parte del rendimento.
In compenso ti offrono alcune caratteristiche psicologicamente rassicuranti, come la possibilità di uscire senza perdite, facendo leva proprio sul senso di sicurezza percepita.
L’investitore è ignaro di questi compromessi perché vengono studiati a monte, mentre vede solo il prodotto finito, con tante belle “clausule” apparentemente a suo favore messe lì per rendere l’investimento meno rischioso.
Cash collect, certificates e minusvalenze
I certificati di investimento sono spesso usati per uno scopo specifico: il recupero delle minusvalenze.
Partendo dal principio che spesso si accumulano minus a forza di errori ed investimenti sbagliati, acquistare strumenti con elevato rischio di sottoperformance per recuperare il 26% di perdite dovute ad errori suona molto come “rimedio un errore con un altro errore”.
In molti casi è più conveniente ricominciare da zero, accettare la perdita e costruire un portafoglio corretto per il proprio profilo di rischio.
Sono consapevole che questa risposta può non piacere ai più, recuperare le minus per molti è un obiettivo al pari del rendimento stesso.
Che fare in quei casi?
La ricetta “a basso capitale” è abbinare ETN su indici azionari, ETC su materie prime diverse, obbligazioni corporate che sono tassate meglio (con rating investment grade).
Se in portafoglio hai tutte queste cose, la probabilità che siano tutte contemporaneamente in rosso è piuttosto remota, pertanto potresti effettuare un check ogni 2-3 mesi e semplicemente vendere e ricomprare quella più in positivo per mangiarti qualche minus.
Non hai garanzia di recupero totale, ma nemmeno il certificato ti può dare garanzie di uscirne illeso. Sicuramente è una soluzione molto più efficiente, economica, diversificata.
Per chi ha tanto capitale si potrebbe anche strutturare un paniere di azioni individuali, che però richiedono una gestione oculata e comportano gran rischio di far cappellate e trovarsi con altre minus, oltre che incitano a guardare spesso il portafoglio e fare più transazioni, entrambe attività sconsigliate al retail.
Conclusione sui certificati di investimento e l’errore dei dividendi
La conclusione è che purtroppo i cash collect, come i certificati di investimento in generale, hanno un profilo rischio-rendimento pessimo, in quanto sono pieni di rischi:
- Rischio di controparte dei sottostanti (più sono più c’è rischio di perdite)
- Rischio di concentrazione
- Rischio di controparte del soggetto emittente
- Tassazione punitiva
- Spread alti
- Upside limitati alla cedola
Per tutti questi motivi, i casi in cui un certificato di investimento offre un rendimento migliore rispetto all’investimento diretto nel sottostante sono in realtà piuttosto rari.
E se diversifichi per cercare di beccarne uno che rende di più, finisci per sottoperformare con tutti gli altri, mentre la perla comunque ti può rendere al massimo qualche punto % più del benchmark.
A fronte dell’immaginario bonus di avere una rendita e un reddito passivo, questi prodotti sono finanziariamente inefficienti rispetto ad altri tipi di investimenti.
Chi ha questo tipo di sogni dovrebbe guardare altrove.
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