Apri l’app del broker o un sito di ricerca di prodotti finanziari cerchi ETF e ti si materializza un supermercato con diecimila prodotti quasi identici.
Tutti avranno qualche caratteristica top e ti sembreranno la scelta migliore: c’è chi ha costi più bassi, chi rendimenti migliori, chi un campionamento più intelligente.
Ma quindi, tu, povero risparmiatore, ti domanderai: come scegliere un ETF?
Fortuntamente CFA Institute, in un report uscito a giugno 2026, ha messo tutto questo in un metodo dal nome perfetto: Efficiency, Tradability, Fit, cioè E-T-F.

Fermo fermo fermo!
Ti giuro che la creatività nel generare nomi è inversamente proporzionale alla qualità del paper.
Prima di cominciare però serve una premessa che vale mezzo articolo: gli esempi del report sono spesso di ETF quotati solo negli Stati Uniti. In qualità di investitore italiano, non potrai comprarli. Tienilo a mente.
Il metodo E-T-F: come restringere il campo
Per non affogare dentro alle enormi proposte di ETF il metodo E-T-F ti fa cominciare al scrematura su tre filtri di ricerca:
- Efficienza (costi e rischi nel tempo)
- Negoziabilità (quanto perdi in spread quando entri ed esci)
- Aderenza (se la strategia del fondo fa davvero quello che promette)
Funziona perché taglia in fretta i fondi con informazioni non essenziali.
Nel report viene fatto un esempio concreto: chi cerca Treasury USA a brevissima scadenza parte da 926 ETF obbligazionari e, definendo filtri basilari, già si arriva ad una selezione di 22 fondi.
Ad esempio se cerchi un ETF world puoi scremare i prodotti aggiungendo come filtro i prodotti con solo indici MSCI, FTSE e Solactive cioè quelli più famosi, i prodotti con una dimensione di almeno 500 milioni di euro, un TER sotto una certa soglia e un tracking error basso.
Oltre a questo devi controllare se è quotato nella borsa da dove compri e… in effetti bastano solo queste cose qua.
Perché gli ETF non hanno gli stessi rendimenti
Con il metodo E.T.F avrà ridotto la lista di candidati e andando più a fondo noterai una serie di dettagli.
Potresti notare che alcuni dei fondi non sono quotati nella tua borsa nazionale o ch altri non sono UCITS… perché?
Nel primo caso dovrai comprarli su una borsa estera con un costo commissionale in più, tipo con gli acquisti su Xetra tramite Directa.
Nel secondo caso invece non puoi comprarli in quanto sono ETF non armonizzati con la tassazione e la legislazione dell’Unione Europea.
Noterai però alcune alcune cose: molti ETF pur se identici nelle caratteristiche (tipo sono ALL-World) hanno rendimenti diversi.
Ci sono 4 motivi per cui questo succede.
1. Stesso tema, rendimento diversissimo: il problema del “fit”
Vuoi comprare un ETF world e pensi siano tutti uguali? Eh no, col cacchio.
Non solo cambia la strategia, non solo cambiano i costi ma anche i rendimenti. Uno dei motivi è la scelta dell’indice, cioè il benchmark, che l’ETF segue.
I tre nomi che troverai scritti prima del nome del fondo sono quasi sempre MSCI, FTSE, o Solactive, e sono tre modelli di indice che seguono tre logiche diverse.
- MSCI è lo standard di fatto per i benchmark ampi: MSCI World, MSCI Emerging Markets, MSCI ACWI. La maggior parte degli emittenti (iShares, Amundi, Xtrackers) lancia la sua versione “Core” proprio su un indice MSCI, e la concorrenza tra fondi che replicano lo stesso indice MSCI ha spinto i costi verso il basso, fino allo 0,14%
- FTSE Russell, del gruppo LSEG, è il principale sfidante. Lo usa per esempio Vanguard per il suo ETF globale di punta (FTSE All-World). La differenza fondamentale con MSCI è come classifica alcuni paesi, ad esempio Corea del Sud e Polonia sono “developed” per FTSE, “emerging” per MSCI. Su un ETF sui mercati emergenti questo sposta diversi punti percentuali di portafoglio da un paese all’altro. Essendo meno utilizzato, il TER è leggermente più alto.
- Solactive è tedesco, molto più piccolo e agile dei primi due. Il suo vantaggio è la licenza economica e la velocità nel costruire indici su misura per un emittente. Per questo domina le nicchie: ETF monetari, tematici, a leva, o versioni ESG con filtri semplificati. Non è quasi mai la scelta per un benchmark “core” ampio, ma è spesso la scelta quando un emittente vuole lanciare un prodotto specifico in fretta e a basso costo.
La conseguenza pratica è che due ETF etichettati “azionario mondiale” possono avere paesi diversi, pesi diversi e costi diversi solo perché seguono indici di fornitori diversi, pur restando entrambi corretti nella loro metodologia.
2. Perché un ETF rende sempre un filo meno del suo indice
Il TER, la commissione annua scritta ovunque, è solo la punta dell’iceberg.
Il fatto che conta davvero è la tracking difference: il motivo vero percui un ETF rende in meno (o a volte in più) rispetto al suo indice, una volta sommati tasse sui dividendi, attriti di gestione e prestito titoli.
In sostanza ogni ETF può essere messo a paragone con il suo indice di riferimento. La tracking difference misura la differenza tra il rendimento reale del fondo e quello dell’indice. Uno scollamento è normale, a causa dei costi di gestione ma questo è minimo. Si tratta di pochi punti percentuali, se è di più c’è un problema.
Nel paper c’è un caso da manuale: First Trust Emerging Markets Small Cap (FEMS).Nei nove anni dal 2016 al 31 dicembre 2025 ha reso l’8,48% annuo contro il 10,21% del suo indice.
Un buco di 1,73 punti ogni anno, che su un orizzonte lungo diventa un bel po’ di soldi lasciati sul tavolo.
All’estremo opposto c’è il Vanguard Total Stock Market (VTI) che invece ha una tracking difference vicina allo zero, circa -0,02%, un risultato di gestione eccezioanale.
A volte il fondo potrebbe persino andare meglio dell’indice. Il VanEck Digital Transformation (DAPP) ha battuto il suo indice del 3,88% all’anno tra fine 2021 e fine 2025, grazie ai ricavi incassati prestando i titoli in portafoglio.
Perchè esistono queste discrepanze? Per un paio di motivi:
- TER: la commissione di gestione viene prelevata ogni giorno dal patrimonio del fondo,
- Le tasse sui dividendi esteri: quando il fondo incassa un dividendo da un’azione estera, spesso subisce una ritenuta alla fonte nel paese di origine
- Ribilanciamento: quando l’indice cambia composizione, il fondo deve comprare e vendere titoli sul mercato reale, pagando spread e commissioni
- Cash drag: i dividendi incassati restano liquidi per qualche giorno prima di essere reinvestiti, e in quei giorni non seguono il mercato e si perdono un po’ di compounding
- Prestito titoli: il fondo presta le azioni che ha in portafoglio ad altri operatori (tipicamente chi vuole shortarle) e incassa una commissione per farlo.
Se c’è una tracking difference positiva questa non è dovuta alle capacità del gestore quanto da un po’ di culo. In genere il guadagno è sui prestiti titoli. Se in un certo periodo storico quelli in pancia nell’ETF sono molto richiesti ecco il guadagno extra.
Mentre una differenza accentuata in negativo con l’indice è simbolo eccome di una gestione sbagliata del fondo.
3. Comprare e vendere: lo spread che non vedi
Lo spread tra prezzo di acquisto e di vendita è un costo nascosto.
Se in USA la SEC, con la regola 6c-11, obbliga gli emittenti a pubblicare lo spread mediano su 30 giorni in UE non esiste una legge simile. Nell’Unione Europa vige la normativa MiFIR (RTS 1 e RTS 2), che impone obblighi di trasparenza pre e post negoziazione alle sedi di scambio, ma non un singolo dato standardizzato.
La questione è complicata perché entrano in ballo borse, broker e volumi.
Per semplificarti la vita vale la regola di scegliere ETF liquidi con volumi alti e di usare ordini limite invece che ordini a mercato quando il fondo è poco scambiato o il mercato balla. Occhio alla borsa, più è liquida meglio è.
Con queste due piccole accortezze dovresti ridurre al minimo lo spread acquisto/vendita.
4. Come il fondo replica fisicamente l’indice: fisica, campionata o sintetica
Un’altra cosa da tenere in considerazione quando si sceglie un ETF è come il gestore replica l’indice: compra tutti i titoli, una parte o replica con un contratto swap in maniera “sintetica”?
Replica fisica completa
Nella replica completa il gestore compra letteralmente tutti i titoli dell’indice, nelle stesse identiche proporzioni della composizione. Il vantaggio è la trasparenza totale e funziona molto bene con fondi ampi e solidi (come quelli di S&P500)
Campionamento o replica ottimizzata
Quando l’indice ha migliaia di componenti spesso comprarli tutti diventa troppo costoso o impossibile. Ad esempio le azioni di aziende cinesi o thailandesi non acquistabili da cittadini esteri.
Per non eliminare questi paesi dagli indici, o per semplificarne la gestione, i gestori comprano solo un sottoinsieme di titoli, replicando l’indice senza possederlo per intero.
Il problema è quello di avere un margine di errore in più: due fondi che dichiarano di seguire lo stesso identico indice possono avere basket leggermente diversi, e quindi rendimenti leggermente diversi, a seconda di quanto è bravo il gestore a campionare.
Replica sintetica
Come dice il nome, nella replica sintetica, il fondo non compra i titoli dell’indice ma detiene un paniere di collaterali (spesso altri titoli, non necessariamente collegati all’indice replicato) e stipula un contratto swap con una controparte, di solito una banca d’investimento, che si impegna a pagare al fondo esattamente il rendimento dell’indice in cambio di una commissione. Succede questo ad esempio con il famoso XEON.
Il vantaggio è poter replicare con precisione quasi chirurgica anche mercati difficili o costosi da comprare fisicamente. È molto utile pure per ottimizzare fenomeni fiscali come la doppia tassazione, costa spesso di meno e in molti casi si ottiene un tracking più pulito della replica campionata. Lo svantaggio storico è il rischio di controparte nel caso la banca non saldi il contratto swap, un fenomeno comunque limitato dalla normativa UCITS.
Repliche Ibride
Negli ultimi mesi stanno uscendo anche dei prodotti ibridi sintetico/fisico. I mercati problematici o con problemi di tassazione sono a replica sintetica, mentre quelli domestici a replica fisica. Il caso più di successo è l’All world di Scalable con Xtrackers.
Nessuno dei metodi è oggettivamente il migliore. Per un investitore buy and hold di lungo periodo che vuole la massima trasparenza e la tranquillità psicologica di possedere asset reali, la replica fisica resta la scelta più intuitiva. Per accedere a mercati di nicchia o poco liquidi a basso costo, la sintetica spesso fa un lavoro migliore.
Come scegliere un ETF: conclusione
Ok sintetizzo un po’ il discorso. Se vuoi scegliere un ETF prima capisci cosa cerchi (un all world? Un ETF sui mercati emergenti? O cerchi un ETF small caps?) e poi mettiti a scremare i prodotti considerando liquidità nel mercato, tracking record, costi di gestione e presenza sulla borsa domestica.
A questo punto comincia a scremare la lista e andare più a fondo: che indice seguono? Come è il campionamento? Quanto spread anno sui mercati?
Continua a fare le tue analisi finché non hai trovato il prodotto giusto, et voilà!
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