Come saprai vivo a Roma e, se sei mai stato nella capitale, saprai che i romani sono campioni mondiali di lamentela.
Se non fanno lavori sulla metro si lamentano perché il comune non fa nulla, se invece partono i lavori per una nuova linea è un “è tutto bloccato per anni!!1!”. Il traffico è un dramma? Ci si lamenta. Fa caldo? Ci si lamenta. Fa freddo? Pure.
A Roma lamentarsi è quasi una lingua franca. Vale lo stesso per tante altre città e molte altre persone. Tutti si lamentano ma non capiscono il vero dramma di vivere così.
Quando la lamentela diventa automatismo, lamentarsi fa male perché allena il pensiero negativo, restringe il campo delle soluzioni e ti dà l’illusione di aver fatto qualcosa quando in realtà sei rimasto fermo.
Perché gli esseri umani si lamentano sempre
La risposta breve è scomoda: ci lamentiamo perché il cervello nota prima ciò che non va.
Più che un difetto morale, è un’eredità evolutiva. Il cervello umano si è sviluppato in ambienti in cui ignorare un pericolo poteva costare molto più caro che ignorare una cosa positiva. Da qui nasce il negativity bias: la tendenza a dare più peso agli eventi negativi rispetto a quelli positivi di pari intensità.
Nel paper di Roy Baumeister e colleghi, “Bad is Stronger Than Good”, pubblicato nel 2001 sulla Review of General Psychology, viene sintetizzata una evidenza del nostro processo mentale: le informazioni negative vengono elaborate più a fondo, restano più impresse e influenzano più facilmente giudizi, emozioni e decisioni.
Questo spiega perché rimugini per giorni su una critica e non sai goderti un complimento, perché per una cosa sbagliata credi di aver passato “una giornata di merda” o perché ti disperi di un giorno di calo dei mercati in pieno boom economico.
L’essere umano ha un software inadeguato alle esigenze moderne e quindi un meccanismo utile per sopravvivere può diventare pessimo per vivere.
Il negativity bias è utilissimo per non andare nella bocca del leone ma se lo applichi alla fila al supermercato finisci per vivere in allerta. Vivere male eh.
Lamentarsi cambia il cervello?
Sì, lamentarsi può cambiare il cervello ma non nel modo sensazionalistico che gira spesso online.
Da anni circola la storia secondo cui lamentarsi ridurrebbe fisicamente alcune aree del cervello in tempi rapidissimi. In realtà è una mezza fake basata su una cattiva interpretazione di un presunto studio di Stanford diventato virale.
In sintesi, non bastano qualche giorno di lamentele per rimpicciolire il cervello. Anche perché l’intelligenza non dipende dal volume del cervello.
La parte vera è che i pensieri ripetuti diventano più accessibili. Se torni sempre sugli stessi schemi tipo “va tutto male”, “non cambia mai niente”, “tanto è inutile”, il cervello tende a riusarli più facilmente in quanto le reti neurali che vengono attivate spesso diventano più efficienti. Ti stai allenando in una direzione e stai realizzando una profezia che si autoavvera.
Lamentarsi è controproducente quando sostituisce l’azione
Lamentarsi non è sempre sbagliato. Se segnali un problema a chi può risolverlo, se chiedi un cambiamento concreto, se trasformi il disagio in una scelta, allora la lamentela ha una funzione.
Il problema è la lagna circolare: quella senza un destinatario, senza una obiettivo e senza un passo successivo. Sono le chiacchiere da bar o quelle discussioni populiste in famiglia che si concludono sempre con “è tutto un magna magna“.al non far nulla
La prima è fine a se stessa, ti incastra in un mondo in cui ti sfoghi e basta, la seconda ha apre una possibilità.
Ti ricorda qualche amico o parente, eh?
Bene, ti aggiungo un altro pezzo. Secondo Robin Kowalski, psicologa della Clemson University, la lamentela può essere uno strumento oppure un rituale. La differenza è se produce un passo concreto o solo conferma il malumore, sta a te scegliere l’angolo.
Pessimismo vs realismo: non sono la stessa cosa
Uno dei trucchi migliori del pessimismo è spacciarsi per realismo.
Chi si lamenta spesso dice: “Io vedo le cose come stanno”. A volte è vero. Molte cose vanno davvero male, ma pessimismo e realismo non coincidono.
Il realismo prova a valutare i fatti, compresi i margini d’azione. Il pessimismo prende i fatti negativi e li trasforma in destino. Non dice solo “questa cosa è andata male”, dice: “andrà sempre così”. Non dice solo “questa volta non ho controllo” ma dice: “non posso fare mai niente”.
Martin Seligman ha studiato il fenomeno dell’impotenza appresa: quando una persona viene esposta ripetutamente a situazioni percepite come incontrollabili, può smettere di provare anche quando una possibilità di intervento esiste. Nel suo studio Martin ha mostrato come il pensiero pessimista tenda a interpretare gli eventi negativi come permanenti, pervasivi e personali.
In pratica, il pensiero pessimista fa tre operazioni. Con la permanenza, trasforma un evento temporaneo in una regola: “sarà sempre così”. Con la pervasività, prende un problema specifico e lo allarga a tutta la realtà: “va male tutto”. Con la personalizzazione, lo interpreta come una prova contro di sé o come qualcosa dominato da forze esterne incontrollabili: “è colpa mia” oppure “è colpa del mondo, quindi non posso fare niente”.
Il problema non viene più visto come una situazione da affrontare, ma come una condanna.
La negatività è contagiosa
La negatività contagiosa non è solo un modo di dire. In psicologia sociale si parla di emotional contagion: la tendenza delle emozioni a trasmettersi tra persone attraverso espressioni, tono di voce, postura e imitazione automatica.
Se hai vissuto in una famiglia disfunzionale o hai lavorato in posti tossici questo passaggio ti sembrerà una banalità.
Basta passare mezz’ora con una persona che si lamenta di tutto e inizi a vedere difetti ovunque. Gli esseri umani sono animali sociali e assorbono il clima emotivo intorno a loro.
La negatività condivisa dà anche un piacere sottile: crea appartenenza. “Noi che abbiamo capito quanto fa schifo”. È una comunità, sì. Ma costruita intorno all’immobilità e al non fare nulla.
Questo non vuol dire evitare chi sta male o non aiutare amici in difficoltà, però è importante distinguere tra confronto e contagio. Una persona inutilmente pessimista renderà peggiore la tua vita.
Pensiero negativo, ruminazione e blocco dell’azione
Il pensiero negativo diventa ancora più dannoso quando prende la forma della ruminazione: ripensare continuamente a un problema senza arrivare a un’azione.
Susan Nolen-Hoeksema ha studiato a lungo questo meccanismo.
La ruminazione consiste nel concentrarsi in modo ripetitivo e passivo sulle cause e sulle conseguenze del proprio malessere, senza passare a strategie attive di soluzione. Le ricerche mostrano che è associata a sintomi depressivi più persistenti e a una minore capacità di problem solving.
In qualche modo è un problema della nostra società in cui il “me” è sempra al centro del mondo, quando questo in realtà è più un noi. Il grande regista Werner Herzog è arrivato al punto di dire che “gli psicoanalisti sono il male del nostro tempo”:
Se stai pensando che sia una teoria da coglioni ti consiglio di leggere attentamente questo passaggio:
Credo che spiegare ogni angolo oscuro che abbiamo nella nostra anima sia una cosa molto malsana, molto stupida e molto pericolosa. Non dovremmo farlo. Perché? Perché quando abiti una casa e illumini ogni angolo della casa con luci forti, la casa diventa inabitabile. E gli esseri umani illuminati fino all’ultimo angolo della loro anima più oscura diventano disumani e inabitabili.
Herzog dice una cosa importante: pensare tanto a un problema non significa pensarci bene.
A volte rimuginare sembra profondità. In realtà è un loop. Giri intorno allo stesso nodo, ripeti le stesse frasi, confermi la stessa conclusione: “non c’è niente da fare”.
La lamentela diventa controproducente perché prende il posto dell’azione.
La tua lamentela ha spostato qualcosa? Ha prodotto una richiesta, una scelta, una proposta, un comportamento diverso?
Se la risposta è no, non era realismo. Era manutenzione del malumore.
Come smettere di lamentarsi senza fare pensiero positivo
Certa cultura americana risolve questo tipo di problemi in un modo stupido e oltranzista: se il pensiero critico produce negatività allora usiamo il pensiero positivo e ci raccontiamo la favola de “l’andrà tutto bene”.
Un’idiozia. Il pensiero positivo tossico nega i problemi. Negarli vuol dire non essere realisti, vuol dire illudersi esattamente come si fa il pessimismo assoluto.
Come spesso capita la soluzione è nel mezzo: osservare meglio i problemi, con meno automatismi e più utilità.
Spesso basta davvero poco, come una domanda:
Questa lamentela ha un’azione possibile?
Se sì, falla diventare concreta: a chi va detta? Che cosa chiedi? Qual è il prossimo passo? Entro quando?
Se no, chiamala per quello che è: sfogo. Gli sfoghi servono, sono dannosi solo quando ti consumano perché sono il tuo modus operandi di stare al mondo.
Un’altra strategia utile è la riformulazione cognitiva. Gli studi sulla regolazione emotiva mostrano che il cognitive reappraisal, cioè reinterpretare una situazione cambiandone il significato psicologico, è una strategia efficace per ridurre la risposta emotiva negativa.
Non vuol dire raccontarsi bugie o infilare ottimismo dove non c’entra. Vuol dire cambiare il modo in cui interpreti una situazione, soprattutto quando la prima interpretazione è automatica, catastrofica o troppo generale.
Non è:
Va tutto malissimo
È:
Questa cosa è andata male, ma posso leggerla come un problema specifico, non come la prova che tutto andrà sempre così
Non è:
Non mi devo arrabbiare
È:
Mi sto arrabbiando perché sto interpretando questa cosa come un attacco personale. Potrebbe essere anche disorganizzazione, superficialità o un errore, non per forza disprezzo verso di me
Anche la pratica della gratitudine, se fatta senza estetica da guru, ha basi interessanti.
Robert Emmons, UC Davis, ha studiato interventi in cui le persone annotavano regolarmente cose per cui erano grate, rilevando miglioramenti nel benessere soggettivo e in alcuni indicatori legati alla qualità della vita.
Mica è una religione o un farmaco risolutivo, ma un buon contrappeso. Scrivere su carta, razionalizzare, aiuta il cervello ad apprezzare meglio una cosa.
Lamentarsi fa male… ma non sempre
Il punto non è diventare zen nel traffico, né sorridere davanti all’ennesimo ritardo, né fingere che i problemi non esistano. Il punto è smettere di confondere la lamentela con lucidità.
Lamentarsi fa male quando diventa identità. Quando non descrive più un problema, ma costruisce un personaggio: quello che aveva già previsto tutto, quello che non si fa fregare, quello che “tanto qui non cambia mai niente”.
È una posa comoda, perché ti evita la fatica di scegliere. Ti fa sentire importante perché ne sai più di tutti: d’altronde se il mondo è irrimediabile, la tua immobilità diventa intelligenza.
Smettere di lamentarsi significa usare lo spirito critico meglio e vivere la vita in maniera migliore.
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